L’effetto domino

EGITTO – Mubarak è ormai al punto di non ritorno. Cosa pensano di fare gli Stati Uniti? Obama immagina forse che sia possibile costruire un “mubarakismo” senza Mubarak? E cioè garantirsi, attraverso il ricambio dell’autocrate, la continuità dell’autocrazia filostatunitense. Ricordate il Gattopardo? Cambiare tutto per non cambiare nulla.

Non sarebbe la prima volta che gli Usa utilizzano – con successo – questa strategia. Ed ora fanno pressioni su Mubarak perché designi un vicepresidente. Ma quando la scelta cade sul capo dei servizi di intelligence dell’esercito, Omar Suleiman, un uomo odiato dal popolo e ancora più contrario di Mubarak a qualsiasi riforma democratica, il rischio di una drammatizzazione ulteriore della situazione è più che reale.

Nella tradizione del socialismo marxista si dice che una situazione rivoluzionaria si determina quando quelli che sono in alto non riescono più a dominare come prima e quelli che sono in basso non vogliono più essere dominati come prima. Se in Egitto quelli che sono in alto non riescono più a dominare, è perché la polizia è stata sconfitta dal popolo, nelle lotte, negli scioperi e nelle manifestazioni, e ufficiali e soldati dell’esercito fraternizzano con i manifestanti.

Oggi le alternative per gli Usa sono poche e pessime: – sostenere il regime attuale pagando un fenomenale costo politico non solo nel mondo arabo; -una presa del potere da parte di un’alleanza civico-militare dove gli oppositori di Mubarak sarebbero destinati ad esercitare un peso crescente; -nella peggiore delle ipotesi, si determinerebbe un vuoto di potere in cui potrebbero essere gli islamici a prendere la guida del paese.

Comunque vada, le cose nel mondo arabo non saranno più come prima. La probabilità che un nuovo regime in Egitto continui ad essere la fedele pedina di Washington è molto bassa, o quantomeno sommamente precaria. E se il risultato fosse il radicalismo islamico, la situazione degli Stati Uniti e di Israele nella regione diverrebbe estremamente vulnerabile. Non va sottovalutato che l’effetto domino della crisi – iniziato in Tunisia e proseguito in Egitto – si sta facendo sentire in altri paesi che sono importanti alleati degli Stati Uniti, come la Giordania e lo Yemen, cosa che potrebbe approfondire la sconfitta militare statunitense in Irak e precipitare l’Afghanistan in una vera debacle.

Se ciò accadesse, il conflitto israelo-palestinese acquisirebbe risonanze inedite e l’eco potrebbe arrivare fino ai sontuosi palazzi degli emirati del Golfo e nella stessa Arabia Saudita, modificando drammaticamente e per sempre la politica e l’economia mondiali.

Manuela Palermi

Quinews

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