Israele e Hamas: no alla tregua Onu

“Come siano usciti, non si sa. Come rientreranno, se rientreranno, nemmeno. È pomeriggio, al Cairo. Tre medi papaveri di Hamas spuntano dal deserto. Sono Jamal Abu Hashem, il deputato Salah al Bardawil, Ayman Taha e non vengono dalla Siria, come i soliti emissari. Arrivano da Gaza: è la delegazione mandata a trattare con gli egiziani. Sono passati per un tunnel di Rafah (ma non erano stati tutti distrutti?) e portano l’unica parola che tutti sembrano conoscere: no. Dopo il rifiuto alla proposta Sarkozy e il mezzo rifiuto alla Mubarak-Sarkozy, dopo il veloce benservito a russi ed europei, torna al mittente anche la risoluzione 1860 del Consiglio di sicurezza dell’Onu che francesi, arabi e americani avevano faticosamente incollato l’altra notte, chiedendo “un cessate il fuoco immediato e duraturo”. E’ quanto scrive il “Corriere della Sera” di oggi.

Hamas: “Non ci riguarda, non fa i nostri interessi”. Il governo israeliano: “L’ennesimo lancio di razzi dimostra che la tregua non è realizzabile. E non sarà mai accettata dalle organizzazioni terroristiche palestinesi”. Poi Meir Sheetrit, ministro israeliano dell’Interno, punta il dito contro gli americani “rei” di non aver mantenuto la promessa di bloccare con il veto la risoluzione (si sono invece astenuti): “Hanno ceduto alle insistenze dei Paesi arabi”, dice alla tv pubblica. Non ce n’è. Il giorno 14 è come il 13: combattimenti nella Striscia, Qassam e Grad (trenta) su Israele. “La pressione su Hamas continua”, dice il premier Ehud Olmert, e ogni momento è buono per l’inizio della terza fase, l’offensiva finale nell’abitato di Gaza City. Del piano Onu, quel che da Gerusalemme non accettano è la richiesta di ritirare subito le truppe dalla Striscia. Hamas non gradisce i controlli sul traffico d’armi dall’Egitto e il fatto che non si parli, nella 1860, di fine del blocco economico imposto a Gaza.

Mancano dieci giorni all’insediamento di Obama e anche se la ministra degli Esteri, Tzipi Livni, chiarisce che “agiamo solo sulla base delle nostre valutazioni”, ci sono valutazioni ineludibili. Una è la questione umanitaria: secondo l’Organizzazione mondiale della salute, c’è un rischio epidemie legato all’impossibilità dei medici di muoversi sotto le bombe, alla rottura delle fogne (diarree e malattie virali) e alla sospensione delle vaccinazioni dei bambini, che potrebbe “rendere anche letali malattie facilmente evitabili come il morbillo, l’epatite e la polio”.

Onu e Croce Rossa hanno ricevuto garanzie da Israele che i loro mezzi non verranno più colpiti, anche se pure fra gli umanitari circola il sospetto che qualche caso (vedi i colpi sul convoglio dell’Unrwa) sia stato creato ad arte da cecchini di Hamas. La Corte suprema israeliana è comunque intervenuta a chiedere spiegazioni a Tsahal sui ritardi nell’evacuazione dei feriti e sul blocco dell’elettricità nella Striscia. “È difficile evitare di colpire civili in una zona così popolata”, dice il segretario uscente americano, Condoleezza Rice. Nelle ultime sparatorie, è finita anche la scuola delle suore cattoliche. E l’altra mattina è morto Ihab al-Wahidi, un pezzo di storia della Palestina. Fu il fotografo personale di Arafat, immortalò il suo capo con decine di capi di Stato. L’hanno trovato fra le macerie.
Sepolto coi suoi scatti. Nella capitali arabe, ieri, “venerdì di rabbia per Gaza”. Al termine della preghiera, imponenti manifestazioni hanno invaso le strade di tutto il mondo arabo-musulmano, da Algeri a Bagdad, a Giacarta”.

Quinews

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