Lettera del boss Santapaola su ‘La Sicilia’

Vincenzo Santapaola, il figlio maggiore (38 anni) del boss catanese Nitto, ha inviato una lettera dal carcere, pubblicata ieri nelle pagine locali, al quotidiano `La Sicilia’ di Catania, nella quale sostiene di essere vittima di pregiudizi ‘perché porto un nome pesante’.”Egregio direttore – scrive Vincenzo Santapaola – mi trovo in un carcere di massima sicurezza, detenuto in regime di 41 bis, proprio quel regime creato per i detenuti considerati i più pericolosi, capaci di dare ordini ad associazioni criminali anche dal carcere; un regime che, anche nel mio caso, è assolutamente ingiustificato, come ingiustificata è la mia detenzione”.

Nella lettera il figlio del boss condannato anche per le stragi Falcone e Borsellino, dice di interrompere il suo silenzio “rischiando di essere ulteriormente strumentalizzato, affinché io possa dire la mia ‘verità’. Scrivo a voi per presentarmi personalmente a tutti coloro che hanno avuto modo di conoscermi esclusivamente da ciò che i massmedia dicono di me, identificandomi come un ‘mafioso’, come ‘delfino’, come ‘erede’ di mio padre”.

“Dal 1994 ad oggi – prosegue la lettera – ho trascorso 11 anni della mia vita negli istituti penitenziari, non perché io sia un pericoloso criminale o per aver commesso chissà quali reti, ma perché porto un nome ‘pesante’, ‘discusso’, ‘odioso’ e ‘chiacchierato’. Sono stato rimesso in libertà – precisa Vincenzo Santapaola – circa tre anni orsono. Nel 2005 sono rimasto vittima di un grave incidente stradale. Ho passato due mesi, successivi all’incidente, in coma; poi altri otto mesi tra ospedali e centri riabilitativi paralizzato dalla vita in giù. Ho subito quattro delicati interventi chirurgici al bacino e altri sei mesi in una sedia a rotelle. Oggi – dice – mi reggo in piedi, anche se con non poche difficoltà e con l’aiuto di due stampelle. Tre anni trascorsi a curarmi e non certo a delinquere come oggi si vuol fare credere. Ho sulle spalle 11 anni di carcere…Dio quanto pesano, soprattutto per chi come me, li ha addosso non per espiare una pena definitiva, ma nella logorante attesa di tempi tecnici del processo penale. Assieme ai miei avvocati ho affrontato innumerevoli battaglie per cercare di dimostrare la mia innocenza, qualcuna l’ho vinta, qualche altra no. Purtroppo lottare contro i pregiudizi è difficile, mi viene da pensare al mitico Don Chisciotte contro i mulini a vento”.

La pubblicazione della lettera ha lasciato perplessi molti uomini politici. Claudio Fava, coordinatore nazionale di Sinistra Democratica, giudica “grave” la pubblicazione. “Il capomafia catanese Vincenzo Santapaola, detenuto in un carcere di massima sicurezza con il regime del 41 bis, ha trovato il modo per aggirare l’isolamento e farsi beffe della giustizia grazie alla disponibilità del quotidiano locale ‘La Sicilia’, che gli pubblica oggi, in bella evidenza, una lunghissima lettera dal carcere ” spiega Fava. “Quella lettera – prosegue il leader Sd – entra nel merito di indagini aperte e di testimonianze raccolte dai magistrati, possiede un eclatante carattere intimidatorio: eppure il direttore della Sicilia, Mario Ciancio, non s’é fatto scrupolo di pubblicarla senza una riga di commento”.

“E’ grave che si riesca a comunicare dal 41 bis anche con lettere aperte dove un esponente di calibro del clan Santapaola lancia messaggi e mette sotto tiro il 41 bis stesso” dice il Senatore Giuseppe Lumia (Pd).

“Ci piacerebbe sapere – si domanda il portavoce di Articolo 21 Giuseppe Giulietti – come sia possibile che un detenuto al 41 bis possa inviare una lettera ai giornali. E per quali ragioni si decide di pubblicarla. Una lettera può nascondere tra l’altro messaggi in codice, come già avvenuto in altre zone, come ad esempio Caserta. Siamo i più convinti sostenitori della libertà di informazione – conclude Giulietti – ma questo ci sembra un caso piuttosto singolare e dovrebbe sviluppare un serio dibattito sui temi della comunicazione, non solo in Sicilia”.

“La lettera di Vincenzo Santapaola é stata consegnata a ‘La Sicilia’ dagli avvocati Francesco e Giuseppe Strano Tagliareni, che sono i suoi legali”. E’ la replica della direzione del quotidiano sulla pubblicazione della missiva.

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