LA BOUVETTE DELL'INFORMAZIONE
Sabato 4 Settembre 2010

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Lettera dall’Aquila

Pubblichiamo una lettera che arriva dall’Aquila consegnata in rete, divulgarla è l’unico modo per aiutare la verità:

“Ieri mi ha telefonato l’impiegata di una società di recupero crediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009. Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno. Causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce.

Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere. Poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto. Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio. E mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio. Le racconto del centro militarizzato. Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire. Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed i contributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l’i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte. E ripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti. Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo.Che io pago ,in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un’appartamento in via Giulia, a Roma. La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alveari senz’anima. Senza neanche un giornalaio. O un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra. Lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore. E lei mi risponde, con la voce che le trema. ” Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo. Chiamate la stampa. Devono scriverlo.”

Governo: ecco il costo del “federalismo”

Il Consiglio dei Ministri n. 99 del 30 giugno 2010 ha approvato tra le 17,50 e le 18,50, sotto la presidenza del Ministro Matteoli fino alle ore 18,40 e poi sotto la presidenza del Ministro Bossi dalle 18,40 alle 18,50 la relazione concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali, e ipotesi di definizione dei rapporti finanziari tra Stato, regioni, province autonome, enti locali, a norma dell’articolo 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, presentata dal Ministro dell’economia e delle finanze, Giulio Tremonti, da trasmettere alle Camere.
Nelle 201 pagine della Relazione sul federalismo fiscale abbiamo un quadro della situazione e delle prospettive, sottolineiamo a pagina 30 le affermazioni sul “costo” del federalismo:

«lI federalismo fiscale come via unica per superare le attuali anomalie.
Un errore piuttosto diffuso consiste nell’assumere che il federalismo fiscale abbia un “costo”.
In realtà è l’opposto. Il “costo” ci sarebbe infatti non riformando con il federalismo fiscale, ma all’opposto conservando l’assetto attuale. Un maggior “costo” ci sarebbe se non fossero indirizzate,
drenate, contenute le attuali dinamiche e determinanti di spesa.
Dinamiche e determinanti che, se lasciate libere ed invariate e incontrollate tanto con il voto “fiscale” espresso dai cittadini, quanto con nuovi adeguati meccanismi di stabilizzazione
finanziaria causerebbero sfondamenti sistemici.
Le “competenze” amministrative e politiche che sono state e sono la fonte dei costi messi a carico del pubblico bilancio sono già state trasferite e non se ne prevede affatto l’ulteriore incremento.
Conseguentemente, il federalismo non può costare più di quello che in sistema che c’è già  costa.
All’opposto, il federalismo fiscale è l’unico modo che abbiamo per razionalizzare e controllare in modo efficace una parte vasta della finanza pubblica italiana. Dove per controllo si intende, oltre al nuovo meccanismo di stabilizzazione finanziaria, soprattutto il controllo democratico esercitato dai cittadini sui livelli di governo che sono più prossimi alla loro vita. Il controllo esercitato nella sequenza “vedo-voto-pago”. E, se non vedo, o se vedo ciò che non va bene, allora non lo voto.
Questa è infatti la vera base della democrazia, a partire dai Municipi, nello spirito indicato da Tocqueville (La democrazia in America), dove è scritto che la democrazia inizia dalla pubblicazione del bilancio presso la casa comunale: “Nel Comune risiede la forza dei popoli liberi. Le istituzioni comunali sono per la libertà quello che le scuole primarie sono per le scienze; esse la mettono alla portata del popolo, gliene fanno gustare l’uso pacifico, e l’abituano a servirsene”. In ogni caso, non solo per scelta politica, ma anche per
espresso disposto di legge (art. 28 l. 42/2009), non ci potrà essere un decreto delegato di attuazione del federalismo fiscale che violi la regola dell’invarianza, determinando nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Non solo. Il federalismo fiscale si svilupperà in ogni caso sotto il vincolo assoluto della solidarietà, come prescritto dagli articoli 2 e 119 della Costituzione. Vincolo che sarà rispettato, tanto istituendo i relativi fondi perequativi, quanto prevedendo, nell’attuazione della riforma, un percorso temporale adeguato per evitare effetti di rottura. Va poi aggiunto che la necessità di uscita dalla situazione
attuale della finanza locale non dipende solo dalle ragioni interne esposte qui sopra, ma anche da ragioni “europee”. Infatti, il Patto di stabilità e crescita europeo, in accelerata fase di rafforzamento in Europa, prevede quanto segue: 

“… Strengthening both the preventive and corrective arms of
the Stability and Growth Pact, with sanctions attached to the
consolidation path towards the medium term objective; these
will be reviewed so as to have a coherent and progressive
system, ensuring a level playing field across Member States.
Due account will be taken of the particular situation of
Member States which are members of the euro area and
Member States’ respective obligations under the Treaties will
be fully respected”.
Ciò vuol dire che il riordino della finanza pubblica italiana è necessario anche per evitare l’irrogazione di “sanzioni” ed in particolare la perdita di “finanziamenti europei”. Perdita che sarebbe tanto più negativa per le aree più deboli del nostro Paese, che ne hanno dunque più bisogno. In questi termini è infine evidente che il rischio di divisione non viene da chi vuole fare, ma all’opposto da chi non vuole fare il federalismo fiscale».

relazione_federalismo

 

José Saramago: “al popolo italiano…”

Lo scrittore, giornalista, premio Nobel 1998 per la letteratura, José Saramago: “non tanto tempo fa l’Italia è stata un esempio per l’Europa con Garibaldi, con Verdi. Com’è che è caduta da queste altezze?”

“Io direi che ciò di cui più c’è bisogno al popolo italiano in questi tempi, io direi che è il rispetto di se stesso, perché.., non so, io credo che gli italiani lo sanno che l’Italia ha suscitato vere e proprie passioni nella gente per la sua cultura, per l’arte, per tutto ciò e non capiamo, io fatico molto a capire com’è che un paese che nel passato ha avuto quel che ha l’Italia si è lasciato cadere così in basso… ” inizia così l’intervista.

Greenpaece: ONU indaghi su traffico rifiuti italiani

«Il porto di Eel Ma’aan, 30 km a nord di Mogadiscio, è stato costruito (da imprenditori italiani) interrando nei moli centinaia di container di provenienza assai sospetta» è quanto sostiene l’inchiesta di Greenpeace “The toxic ships” – Le navi tossiche- oltre a fornire elementi che possono contribuire a fare chiarezza sulle esportazioni di rifiuti dall’Italia (e dall’Europa) verso i Paesi in via di sviluppo e in particolare nell’area mediterranea e verso l’Africa. Greenpeace chiede all’ONU di intraprendere una valutazione indipendente della presunta discarica di rifiuti tossici e nucleari in Somalia e in particolare nell’area del porto di Eel Ma’aan. L’indagine si inserisce tra le attività dell’Osservatorio per un Mediterraneo libero da veleni, istituito in Italia lo scorso febbraio da numerose Associazioni ambientaliste e del mondo della pesca insieme a comitati e istituzioni scientifiche consapevoli che il capitolo delle “navi dei veleni” potrà essere chiuso solamente dopo una comprensione approfondita del contesto e delle motivazioni economiche e politiche che hanno facilitato il proliferare dei traffici illegali di rifiuti attraverso i nostri mari.

Greenpeace ha compilato un esauriente riassunto della vergognosa epopea dei trasporti di scorie tossiche e radioattive smaltite illegalmente soprattutto in Africa negli ultimi 15 anni. In molti casi, le denunce di Greenpeace e di molti altri (comprese Agenzie Internazionali come l’UNEP – United Nations Environmental Program) hanno bloccato casi eclatanti. In altre occasioni, questi vergognosi carichi sono finiti “dispersi in mare”. Probabilmente, di molti casi non abbiamo mai saputo nulla. In questo rapporto è tracciata anche l’evoluzione di questo traffico che, da attività individuali, si è organizzato attraverso una serie di nomi (di persone e imprese) spesso segnalati ad investigatori e magistrati ma che non di rado l’hanno fatta franca: il sospetto che “la rete” operi ancora non può non affacciarsi. Faccendieri e affaristi qui menzionati, sono talvolta ancora attivi. Difficile sperare in una spontanea redenzione. Dall’epoca delle prime “navi dei veleni” (1987-1989), con nomi di navi ormai noti (dalla Lynx alla Radhost, alla Jolly Rosso, Cunski, Rigel, solo per citarne alcune) si passa a nomi di soggetti imprenditoriali come la ODM (Ocean Disposal Management), la Instrumag AG, la International Waste Group SA, la Technological Research and Development Ltd basate in Svizzera, Lichtenstein, Inghilterra ma non estranee alla creazione di imprese sussidiarie in esotici paradisi fiscali, come le British Virgin Islands o Panama. Le traiettorie di questi traffici sono spesso tortuose, interessando Paesi esportatori (l’Italia, ma anche altri Paesi europei), snodi più o meno noti (come la Romania) e concludendosi in posti assai diversi (dal Libano alla Somalia, da Haiti alla Costa d’Avorio) ma tutti accomunati da una cronica carenza di infrastrutture e politiche di controllo e gestione dei rifiuti.

Il capitolo delle “navi dei veleni” è tornato di recente alla ribalta per il clamore, seguito da un assordante silenzio, intorno al presunto ritrovamento del relitto della nave Cunski al largo di Cetraro, in Calabria, ufficialmente smantellata ad Alang (India), a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia. Sui dubbi relativi all’identificazione del relitto con il piroscafo “Città di Catania” (costruito quasi mezzo secolo prima e affondato durante la Prima Guerra Mondiale) si è già espresso l’Osservatorio per un Mediterraneo libero da veleni, che è costituito da una dozzina di associazioni. Altri dubbi sono emersi considerando che, dopo le prospezioni della Regione Calabria, le ricerche governative sono state condotte da una nave (Mare Oceano) di proprietà di un gruppo armatoriale (Attanasio) uno dei cui esponenti è stato coinvolto nel “Caso Mills”, ben noto alle cronache italiane.

Greenpeace ha raccolto elementi che indicano che il governo italiano avrebbe respinto l’offerta da parte del Ministero della difesa britannico di mezzi e personale tecnico altamente qualificati (e a quanto pare meno onerosi in termini economici di quelli della Mare Oceano). Questa informazione non è mai stata resa pubblica. Come i termini del contratto con la nave del gruppo Attanasio. Il rapporto infine offre al pubblico delle testimonianze dirette, incluse alcune fotografie mai pubblicate finora, che offrono ulteriori riscontri sulla scandalosa vicenda del traffico di rifiuti verso la Somalia. E’ noto che l’intreccio tra corruzione, traffici di rifiuti ed armi che ha caratterizzato i rapporti Italo-Somali negli ultimi 20 anni è stato scandagliato da diverse istituzioni ed organismi di controllo italiani che, purtroppo, non sono mai stati in grado di fare giustizia. Greenpeace ritiene che l’opinione pubblica abbia ormai il diritto di conoscere appieno quanto faticosamente raccolto in tutti questi anni da magistrati, investigatori, parlamentari, giornalisti, semplici cittadini. Alcuni hanno pagato cara la ricerca della verità su queste vicende, come Ilaria Alpi e Miriam Hrovatin, uccisi tre anni prima che venissero scattate le foto che riveliamo. Ma ora esiste una mole impressionante di fatti e dati che, anche se pur non ha prodotto una verità giudiziaria, può permettere la ricostruzione di una verità storica ormai matura.

Queste testimonianze sono in possesso della Magistratura Italiana (e dovrebbero essere state rese note alle varie Commissioni d’Inchiesta del Parlamento) e, corredate di inequivocabili fotografie, dimostrano che il porto di Eel Ma’aan, 30 km a nord di Mogadiscio, è stato costruito (da imprenditori italiani) interrando nei moli centinaia di container di provenienza assai sospetta. In una nota della polizia giudiziaria del 24 maggio 1999 si legge: «i container interrati nel porto di Eel Ma’aan erano pieni di rifiuti: fanghi, vernici, terreno contaminato da acciaierie, cenere di filtri elettrici». Non è tuttavia un problema solo italiano: tutta la politica comunitaria del controllo e della gestione dei rifiuti pericolosi è un fallimento. Lo dimostra il caso recente della nave Probo Koala che, per conto dell’Inglese Trafigura (adesso sotto processo in Olanda), dopo aver tentato di sbarcare il suo carico di morte ad Amsterdam se n’è sbarazzata nell’agosto 2006 ad Abidjan, in Costa d’Avorio, uccidendo non meno di sette persone e contaminandone gravemente almeno 30.000. Evidentemente, questo vergognoso capitolo non è affatto chiuso ed è ora che la verità venga a galla. E’ ora che si inizi a fornire risposte a tutte le domande poste negli ultimi 15 anni. Questa operazione verità è indispensabile per poter ricominciare a fidarci delle istituzioni pubbliche competenti dopo anni di falsità camuffate da mezze verità.

Le richieste di Greenpeace sono: Le Nazioni Unite devono intraprendere una valutazione indipendente della presunta discarica di rifiuti tossici e nucleari in Somalia e in particolare nell’area del porto di Eel Ma’aan;

L’UE deve rilanciare la realizzazione delle politiche di prevenzione della produzione di rifiuti pericolosi, uno dei pilastri delle politiche europee sui rifiuti;

Il governo italiano deve creare un forte coordinamento tra tutte le Autorità investigative (Procure della Repubblica) che hanno e stanno investigando sui temi del traffico di rifiuti pericolosi e radioattivi, con l’obiettivo di identificare e neutralizzare la rete di individui e imprese che gestiscono questi traffici verso I Paesi in via di sviluppo (oltre a usare il mare come discarica).

Il Ministero dell’Ambiente italiano deve creare una autorità operativa che faccia il censimento di tutte le attività di ricerca – finanziate da ministeri, regioni e enti di ricerca – riguardanti l’inquinamento da sostanze tossiche e radioattive sia in mare aperto, che nelle acque di superficie e nei sedimenti. Tale autorità dovrebbe anche raccogliere tutte le informazioni dagli operatori del mare inclusi i pescatori, in modo da elaborare e mettere in pratica una ricerca mirata sui possibili relitti delle cosiddette “navi dei veleni”. Questa ricerca dovrebbe fare uso di tutte le possibili risorse tecniche e specialistiche a livello nazionale e internazionale, e fare uso di istituti indipendenti di ricerca; Infine, sulla base dei risultati di questa ricerca, il Ministero dell’ambiente insieme al Dipartimento della Protezione Civile, deve preparare e mettere in atto una azione mirata a identificare e bonificare tutti i relitti delle “navi dei veleni” eventualmente identificati. Un tale piano dovrebbe basarsi anche sulle conclusioni di un gruppo di lavoro tecnico costituito da tutte le Autorità investigative, i Sevizi di intelligence presso il Ministero degli Interni col supporto dell’Istituto Superiore di Sanità.  report-the-toxic-ship

ONU inchiesta sull’attacco alla flottiglia. L’Italia vota no

Il Consiglio dei diritti dell’uomo ha adottato una risoluzione sugli attacchi dalle forze israeliane contro la flottiglia di aiuti umanitari diretta a Gaza, condannando con la massima fermezza l’atto scandaloso delle forze israeliane che ha provocato l’uccisione e il ferimento di molti civili innocenti provenienti da diversi paesi, ed ha deciso di inviare una missione internazionale indipendente d’inchiesta per indagare sulle violazioni del diritto internazionale derivante dagli attacchi israeliani.

Il Consiglio ha adottato la risoluzione, con una votazione di 32 a favore: Angola, Argentina, Bahrein, Bangladesh, Bolivia, Bosnia-Erzegovina, Brasile, Cile, Cina, Cuba, Gibuti, Egitto, Gabon, Ghana, India, Indonesia, Giordania, Kyrgyzstan, Mauritius, Messico, Nicaragua, Nigeria, Norvegia, Pakistan, Filippine, Qatar, Russia, Arabia Saudita, Senegal, Slovenia, Sudafrica, e Uruguay.
3 contrari: Italia, Olanda, e Stati Uniti d’America.
9 astensioni: Belgio, Burkina Faso, Francia, Ungheria, Giappone, Repubblica di Corea, Slovacchia, Ucraina e Regno Unito.
Il Consiglio ha esortato Israele a cooperare pienamente con il Comitato internazionale della Croce Rossa nella ricerca d’informazioni sul luogo, sullo status e la condizione dei detenuti e il ferimento di persone ed ha chiesto che Israele di rilasciare uomini e materiali detenuti e di facilitarne il rientro nelle loro patrie. Il Consiglio ha inoltre chiesto a Israele di revocare immediatamente l’assedio di Gaza e degli altri territori occupati.
Il rappresentante d’Israele Aharon Leshno-Yaar ha giustificato i recenti eventi tragici dicendo che Israele ha deplorato la perdita della vita, ma la Striscia di Gaza è controllata dal gruppo terroristico di Hamas, che ha cercato di cancellare Israele attaccando indiscriminatamente nel territorio israeliano i suoi cittadini. Per questo motivo, Israele ha imposto un blocco marittimo atto ad impedire l’importazione di materiale bellico nella Striscia di Gaza, il libero accesso a Gaza impedirebbe a Israele di proteggere i suoi cittadini dagli attacchi terroristici. La minaccia per la pace e la sicurezza di Israele è uno stato costante e reale, proprio ieri due razzi sono stati sparati dalla Striscia di Gaza. Le navi coinvolte sono state invitate più volte nel bacino di Ashdod per trasferire i propri beni secondo le procedure di sicurezza stabilite. E conclude: Questa flottiglia cosiddetta di libertà è di natura politica, chiaramente, aveva lo scopo di rompere il blocco. L’utilizzo di barre di ferro, coltelli e bombe molotov contro le forze israeliane, così come la presenza di maschere antigas e giubbotti antiproiettile, sono la prova della volontà della flottiglia.
Il rappresentante della Palestina Ibrahim Khraishi ha iniziato sottolineando: Israele è un paese democratico e il suo ambasciatore ha detto che l’obiettivo della flottiglia era politico. Se così fosse, come si può trattare gli attivisti pacifici con tanta arroganza e nelle acque internazionali?
Ed ha continuato dicendo: La questione è chiara nessuna impunità può essere accettata per questo crimine atroce. Altrimenti, perché la comunità internazionale, tutti insieme combattono la pirateria in Somalia? Questo atto da parte di Israele ha portato all’uccisione mirata di persone provenienti da tutto il mondo che portavano un messaggio umanitario.
Israele cessi i suoi atti ingiusti e gli si impedisca di andare oltre certi limiti, Israele dovrebbe smettere di considerare se stesso al di sopra della legge e smettere di usare scuse che nessuno ha accettato o creduto.

Scajola. E’ due.

Claudio Scajola: “Per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni.

Mi trovo esposto ogni giorno a ricostruzioni giornalistiche contraddittorie. In questa situazione che non auguro a nessuno io mi devo difendere. E per difendermi non posso continuare a fare il ministro come ho fatto in questi due anni, senza mai risparmiarmi. Ne siete testimoni, ho dedicato tutte le mie energie e il mio tempo commettendo sbagli ma pensando di fare il bene”.

Argentina - Condannato l’ultimo dittatore

L’ultimo dittatore militare che ha governato tra il 1982 ed il 1983 in Argentina, il generale Reynaldo Benito Bignone di 82 anni è stato condannato a 25 anni di carcere per crimini contro l’umanità.

Bignone è stato condannato per atti commessi prima della sua dittatura dal Tribunale federale di Buenos Aires: il sequestro tra il 1976 ed 1978 di 56 oppositori politici, torturati ed eliminati molti di loro con i “voli della morte”, cioè gettati in mare vivi da aerei militari.
Il processo ha coinvolto 200 testimoni.
La difesa ha tentato di giustificare i crimini di Bignone sostenendo che le forze armate furono “costrette” alla guerra irregolare che negli anni ‘70 sconvolse l’Argentina per sconfiggere il terrorismo.
In Argentina tra il 1976 ed il 1983 durante la “guerra sporca”, molti desaparecidos furono gettati vivi nelle acque del Rio de la Plata e dell’Atlantico, per cui i loro resti sono irrecuperabili, secondo le cifre ufficiali documentate sono state rapite e scomparse 7.954 persone, mentre le associazioni per i diritti umani parlano di 30.000 vittime.

Emergency “testimone scomodo”

“Sono allibito da quello che è successo ieri, se dovessi cercare di definire in poche parole direi che è scattata la guerra ad un ospedale. Ora io credo che soltanto persone in mala fede possano solo anche per un secondo pensare che medici, infermieri decidono di passare anni della loro vita ad aiutare il popolo afgano ed a lavorare là con il segreto intento di far saltare “il cretino” di turno che è questo governatore, perché non conta assolutamente nulla: è chiaramente una grossa montatura”. Questo è quanto ha detto Gino Strada nella conferenza stampa che ha tenuto a Milano, dopo che sono stati arrestati i tre italiani: Marco Garatti chirurgo, Matteo Dell’Aira, infermiere e Matteo Pagani responsabile logistico amministrativo dell’ospedale; che lavoravano nell’ospedale di Emergency a Lashkar Gah in Afganistan.

Gino Strada pone la domanda: “Perché questa guerra all’ospedale di Emergency? ” per poi continuare: “Si vuole togliere di mezzo il testimone scomodo prima di lanciare un’ulteriore offensiva di bombardamenti su quelle regioni. L’ospedale ha curato da anni tutti i feriti di guerra, quasi 60.000 visite ambulatoriali, abbiamo avuto più di 10.000 ricoveri, ed è un ospedale che ha curato i feriti in quanto persone bisognose di soccorso.
Questo è esattamente in linea con tutte le convenzioni ed i trattati internazionali, che per anni durante i lunghi anni della guerra afgana sono stati di solito rispettati fino in tempi recenti.
Oggi tutto questo non è possibile, molti feriti dei bombardamenti hanno visto negato il diritto ad essere ricoverati in un ospedale, non si è permesso l’evacuazione dei feriti, non si è aperto nessun corridoio umanitario, Emergency ne è stato testimone”.
Oltre ad una chiave di lettura delle vicende che stanno coinvolgendo i nostri connazionali, Gino Strada lancia anche un appello a tutti i sostenitori di Emergency: “Far sentire la propria voce” e conclude dicendo: “Forse questa è la chiave di lettura che Emergency è un testimone scomodo ed allora conviene toglierlo di mezzo. Quello che preoccupa è che queste azioni, chiaramente contrarie al diritto internazionale, vengono oggi effettuate giornalmente dalle cosiddette forze della coalizione, delle quali il nostro Paese fa parte.
Noi abbiamo, paradossalmente, forze italiane che proteggono e difendono il governo che arresta medici italiani, il governo che si permette di dichiarare guerra ad un ospedale che per anni ha curato le popolazioni di quelle zone.
Vorrei ancora fare un invito ai tanti italiani che conoscono il lavoro di Emergency e che lo sostengono a far sentire la propria voce non è pensabile che personale umanitario italiano sia sottoposto a questo tipo di aggressioni”.

Luttazzi a raiPerUnaNotte

Daniele Luttazzi l’intervento, la lucida analisi della situazione politica in Italia a  raiPerUnaNotte:

 

 

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