Carceri, “suicidi” 3 volte gli anni 60

Secondo i dati dell’Osservatorio permanente sulle morti in carcere negli anni ’60, i suicidi in carcere erano 3 volte meno frequenti di oggi,

ed i tentativi di suicidio addirittura 15 volte meno frequenti “e non certamente perché a quell’epoca i detenuti vivessero meglio”. L’Osservatorio di cui fanno parte Radicali italiani, Associazione ‘Il detenuto ignoto’, Associazione Antigone, Associazione ‘A buon diritto, redazione di ‘Radio Carcere, redazione di Ristretti orizzonti; i morti sarebbero molti meno “se nel carcere non fossero rinchiuse decine di migliaia di persone che, ben lontane dall’essere criminali professionali, provengono piuttosto da realtà di emarginazione sociale, da storie decennali di tossicodipendenza, spesso affette da malattie mentali e fisiche gravi, spesso poverissime”. Oggi, il 30% dei detenuti è tossicodipendente, il 10% ha una malattia mentale, il 5% è sieropositivo Hiv, il 60% ha una qualche forma di epatite. E in carcere ci sono paraplegici e mutilati, a Parma c’è una sezione detentiva per minorati fisici. Le misure alternative alla detenzione vengono concesse con il contagocce: prima dell’indulto del 2006 c’erano 60mila detenuti e 50mila condannati in misura alternativa; oggi ci sono 66mila detenuti e soltanto 12mila persone in misura alternativa. Più della metà dei detenuti è in attesa di giudizio, mentre 30.500 stanno scontando una condanna: di questi, quasi 10mila hanno un residuo pena inferiore a 1 anno e altri 10mila compreso tra 1 e 3 anni. “Molti di loro, concludono dall’Osservatorio, potrebbero essere affidati ai servizi sociali, anziché stare in cella: ne gioverebbero le sovraffollate galere e, forse, anche la conta dei morti di carcere registrerebbe una pausa”. (Apcom)

Quinews

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